Appena arrivati a Trapani, l’aria fresca del mattino e il chiacchiericcio entusiasta delle persone ci hanno dato il benvenuto. Il cielo limpido e le strade colorate rendevano tutto più vivo. Ovunque c’erano striscioni, persone che si stringevano la mano, che condividevano sorrisi, tutte accomunate da un unico obiettivo: ricordare e agire. Mentre camminavamo tra la folla, i cori risuonavano nei vicoli: “La mafia uccide, il silenzio pure!” e “Giustizia sociale per un futuro libero!”. Lì dentro, era impossibile restare indifferenti.
Tra studenti e attivisti, abbiamo incontrato Alice Beccari, una voce forte dell’Unione degli Studenti. Con un sorriso sicuro, ci ha accolti e ha parlato con decisione del ruolo fondamentale degli studenti nella lotta per la giustizia sociale. Il manifesto lo dice chiaramente: la memoria senza azione è vuota. Non basta ricordare le vittime della mafia, bisogna agire concretamente per costruire alternative. Le sue parole, semplici ma potenti, hanno dato ancora più significato alla nostra presenza.
“La mafia è una montagna di merda. Ci dobbiamo ribellare…” Queste parole di Peppino Impastato non erano solo sui cartelloni, ma nelle voci di chi marciava con noi. Qui la memoria non era un esercizio inutile, ma un impegno concreto. Si vedeva nei volti accesi degli studenti, nelle storie raccontate dai volontari e nella determinazione di tutti coloro che sapevano che il cambiamento inizia dall’azione. Combattere la mafia non significa solo contrastarla, ma anche creare alternative, come afferma il manifesto: scuole sicure, diritti per tutti e spazi per i giovani, lontani dal crimine.

Ciò che colpiva di più era il gran numero di giovani presenti. Non ragazzi annoiati, ma individui consapevoli e determinati. “Noi giovani siamo il motore del riscatto sociale”, diceva un cartellone, e in quel momento sembrava più di una semplice frase. L’energia era reale; sentivamo tutti il bisogno di parlare contro le ingiustizie e proporre soluzioni. Il messaggio del nostro capo redattore, Calogero Di Pietra, ha reso tutto ancora più chiaro: “Noi pensiamo, noi parliamo, noi marciamo”. Questa frase riassumeva perfettamente il senso della giornata, dimostrando che il pensiero, la parola e l’azione devono unirsi per costruire un futuro migliore.
Uno dei temi centrali della marcia era il ruolo della scuola. Alice ha sottolineato come l’educazione sia il primo luogo in cui si costruisce una società più giusta, ma anche il primo ad essere trascurato. Il manifesto denuncia chiaramente il problema: “Come possiamo parlare di partecipazione e giustizia se alle nostre scuole mancano i fondi, se il tasso di dispersione scolastica è alto, se tanti ragazzi non vedono alternative se non andarsene o, peggio, finire nelle mani sbagliate?”. La dispersione scolastica è una crisi e, senza un’istruzione accessibile e di qualità, la mafia troverà sempre terreno fertile tra chi non vede altre vie d’uscita. Questa domanda ci ha lasciati in silenzio per un attimo, ma solo per poco. La risposta era chiara nel nostro camminare continuo: esserci, lottare, pretendere il cambiamento.
Alice e altri attivisti hanno parlato della necessità di recuperare gli spazi un tempo utilizzati dalla criminalità e di trasformarli in centri culturali e di opportunità per i giovani. Come evidenziato nel manifesto, queste azioni sono fondamentali: “Se la mafia si riprende questi luoghi, perdiamo. Ma se li trasformiamo, vinciamo noi”. Migliaia di beni confiscati sono ancora inutilizzati, mentre potrebbero diventare scuole, centri culturali e luoghi di riscatto per intere comunità. Il riutilizzo di questi beni non è solo un simbolo, ma una necessità per riprenderci ciò che la mafia ha tolto.

Alla fine della giornata, con le voci ancora roca per i cori, ci siamo guardati intorno con un senso di orgoglio e determinazione. Sapevamo di aver fatto qualcosa di importante. Prima di salutarci, Alice ci ha lasciato con parole che ci siamo portati dietro come un mantra: “È il momento di unirci, di non restare indifferenti e di lottare con coraggio”.
E mentre il sole tramontava su Trapani, lasciando l’eco dei nostri passi sulle strade, una frase continuava a riecheggiare nelle nostre menti: Ci dobbiamo ribellare.